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Venerdì nero per Amazon. Gli scioperi in Germania e in Italia e le prospettive di lotta

25 November 2017 |  Emanuele De Luca
Sciopero Amazon

Nel giorno del Black Friday scioperi e blocchi contro il colosso dell’e-commerce. In Italia, astensione dal lavoro e proteste nel mega-magazzino di Piacenza. Mobilitazioni anche in altri Paesi europei, soprattutto in Germania. Forme di conflitto importanti, che potrebbero anticipare un futuro di lotte.

:: Questo sciopero suona come un avvertimento per l’industria 4.0, il capitalismo digitale e delle piattaforme. Per quanto cool saranno le loro pubblicità, per quanto sharing sarà il loro utilizzo, per quanto smart saranno le prestazioni di lavoro ad essi connesse, due cose restano ben chiare e definite: la concretezza dello sfruttamento e delle condizioni di lavoro degradanti, tanto per cominciare, e l’importanza delle lotte, soprattutto in un momento in cui la complessità e la forza dell’offensiva contro i diritti, portata avanti in particolare dal capitalismo digitale, sembra essere inattaccabile. Lo sciopero transnazionale di Amazon (oggi si sciopera anche in 9 centri in Germania), i recenti conflitti dei riders di Foodora, Deliveroo, Glovo, così come le continue battaglie portate avanti nei settori della movimentazione delle merci sono una bella boccata d’aria, in questo senso.

Uno sciopero importante, quello di Amazon, che ha goduto e sta tuttora godendo di una copertura mediatica mainstream impressionante, soprattutto se paragonata a quella riservata agli scioperi generali delle scorse settimane (quasi del tutto assente). Un po’ perché si sono mossi i confederali (che lo sciopero l’hanno praticamente “blindato”, a discapito di tutte le realtà del sindacalismo di base o dell’autorganizzazione dei lavoratori), un po’ perché probabilmente il fatto che un colosso del genere possa essere” messo in difficoltà” è una prospettiva che non dispiace a parte del (rosicone) capitalismo italico.

Di ragioni per scioperare, comunque, ce ne sono e non sono poche. E un grosso plauso deve andare, incondizionatamente, a quei lavoratori che hanno deciso di sfidare l’azienda. Nell’ultimo anno sono state numerose le inchieste sulle condizioni di lavoro dentro il sito di Castel San Giovanni (PC), così come in tutti gli stabilimenti sparsi per il mondo: un’ossessione morbosa per i tempi di lavoro, receivscostretti a marcare 300 oggetti all’ora (5 al minuto), runners che percorrono anche 20km a piedi al giorno (a turno) nello sconfinato stabilimento di stoccaggio merci, premi produzione per chi riporta errori o omissioni di colleghi, videosorveglianza a tappeto e uso continuo del lavoro interinale come bacino da cui pescare per sostituire i meno “prestanti”.

Si potrebbe parlare poi delle maggiorazioni per il lavoro domenicale e notturno che sono, tra l’altro, parte della piattaforma rivendicativa dello sciopero e che non rappresentano certo un’eccezione, dato che lo stabilimento funziona 24/7. Si potrebbe parlare delle continue lettere di richiamo, l’80% delle quali sono riferite ai tempi di lavoro e che ci fanno pensare che la leggenda dei bagni puliti perché nessuno si può fermare nemmeno a fare pipì non sia poi tanto una leggenda. O di “The offer”, la famosa offerta che Amazon fa ai suoi dipendenti per spingerli a dimettersi dopo qualche tempo e sostituirli con forze fresche.

Si potrebbe e si deve continuare a fare, perché in qualche modo va decostruita la rappresentazione che aziende come Amazon (ma potremmo dire anche Foodora e affini, così come tante altre) offrono di loro stesse, anche e soprattutto verso gli aspiranti dipendenti. Farla finita con la storiella del lavoro smart adatto ai giovani, delle grandi opportunità in tempo di crisi occupazionale e via dicendo, questo va fatto. Farla finita con l’odiosa estromissione delle realtà sindacali dalla vita aziendale, che Amazon adora fare invitando i propri dipendenti a rivolgersi direttamente all’apposito manager per segnalare eventuali problemi. Non una novità, il loro divide et impera.

Si deve anche e soprattutto continuare a lottare, a inventare nuove pratiche di lotta e a riscoprirne di vecchie. Mai come adesso per avere tutele e diritti sul lavoro bisogna disporsi a una guerra di trincea, provando a conquistare un pezzetto dopo l’altro. Checché ne dica Amazon, comunque vada la battaglia delle cifre (calcolando che Amazon ha sostituito parte degli scioperanti con lavoratori interinali), qualsiasi siano i risvolti di questa faccenda, oggi un pezzetto lo conquistano i lavoratori di Amazon, in Italia e in Germania, e di questo non possiamo che essere contenti.