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Il governo della propaganda alla prova dello sciopero generale

28 October 2026 |  Clap

Il 30 ottobre è stato proclamato sciopero generale di tutte le categorie del lavoro per l’intera giornata. Ci mobilitiamo per un salario degno, per la riduzione dell’orario di lavoro, per un welfare universale, contro il carovita, l’inflazione e le spese militari. A Roma ci vediamo alle 10:30 in piazza dei Cinquecento, angolo via Cavour.

Ce lo stanno ripetendo fino allo sfinimento: i problemi in Italia non sono la trentennale stagnazione salariale, il crollo dei salari reali sotto i colpi dell’inflazione (6,6% sul complessivo dal 1990), il cosiddetto carovita, il caro energia, il caro carburanti e le loro ripercussioni sui prezzi della spesa e degli altri beni di consumo, non è l’aumento del lavoro nero registrato da ISTAT nell’ultimo biennio (+4,6%), non è la scarsa ricettività di un mercato del lavoro che non sa che farsene della formazione universitaria e post universitaria, costringendo molti giovani all’espatrio forzato, non sono i venti di guerra e lo spostamento straordinario di risorse pubbliche sugli armamenti e sul riarmo (con scostamento rispetto alle previsioni di bilancio tra il 9% e il 16% negli ultimi anni).

No, non è niente di tutto ciò, il vero problema è la saldatura tra l’Islam e la sinistra radicale, tra i maranza di seconda generazione e i centri sociali, l’islamogauchismo in salsa italiana insomma.

Ce lo ripete come un mantra il governo più ideologico della storia repubblicana e lo fa senza sosta da quando ha perso malamente il referendum dello scorso marzo. Si è trincerato dietro questa battaglia ideologica dai toni apocalittici, rispolverando categorie e teorie che fino a pochi anni fa erano appannaggio delle nostalgie nazionalsocialiste, poste ai margini della società, innominabili perché fuori dalla storia e che ora invece vengono sbandierate fieramente sui media nazionali e sui social network da esponenti politici di maggioranza e non. Remigrazione, sostituzione etnica, sangue e suolo. La vergogna del mondo come programma politico e di governo della crisi.

La verità è che questo non è altro che uno specchietto per le allodole orientato a celare la completa incapacità del governo di far fronte alla crescente pressione sociale di chi si ritrova senza la certezza di arrivare a fine mese pur con un lavoro stabile, di lavoratrici e lavoratori con curricula da sogno e stipendi da fame, di intere categorie con gli stipendi bloccati da anni per i ritardi nei rinnovi dei contratti nazionali, delle giovani generazioni meticce stigmatizzate e marginalizzate nelle periferie dei grandi centri urbani, degli autotrasportatori e degli agricoltori (che in larga parte sono anche pezzi del loro stesso elettorato) oramai impossibilitati a lavorare.

Questa farsa mal progettata inizia a fare acqua da tutte le parti, sotto i colpi delle splendide piazze di queste settimane: giovani, determinate, lontane dalle forme tradizionali di mobilitazione, decise ad alzare la voce e a mettere in gioco i corpi contro il carovita, i bassi salari, il razzismo. Ce ne accorgiamo anche dagli atteggiamenti scomposti, violenti e punitivi messi in campo dalle istituzioni. Da Milano a Napoli, da Bologna a Roma gli atteggiamenti delle forze dell’ordine sono stati inaccettabili, a tratti inquietanti: perquisizioni a tappeto senza mandato, fermi preventivi e prolungati anche di minorenni, caroselli con macchine tra i manifestanti (quest’ultima cosa in particolare davvero inconcepibile) e assurdi teoremi giudiziari contro presunti “capi” delle proteste.

I giovani chiedono certezze, futuro, supporto e Nordio stipula accordi e stanzia risorse per aumentare la capacità delle carceri minorili, lavoratrici e lavoratori chiedono aumenti salariali e spesa sociale e il governo si appresta a votare una nuova finanziaria di guerra, gli autotrasportatori chiedono aiuti e prezzi calmierati per il carburante e la polizia li identifica, li sanziona e li denuncia, le seconde generazioni chiedono riconoscimento dopo anni di umiliazioni costanti e la stampa guarda quattro vetrine rotte. A questa situazione grottesca si aggiungono i precetti odierni comandati dal ministro Salvini per il settore dei trasporti, con la scusa della franchigia per la ricorrenza del 2 novembre. Un gesto provocatorio e irresponsabile di fronte alla gravità del quadro economico e sociale del Paese, perfettamente in linea con quanto già fatto dal ministro da quando si è insediato a Porta Pia.

Venerdì 30 ottobre sarà l’occasione per tornare in piazza e farlo in forma plurale e composita, inserendoci dentro un quadro europeo in fermento, con scioperi e manifestazioni, dalla Spagna alla Francia, dalla Serbia all’Albania. In tutta Italia ci saranno cortei e blocchi; i portuali, come lo scorso anno, sono pronti a fare la loro parte nei maggiori porti del Paese, studenti delle scuole e delle università scenderanno in piazza ovunque, ci auguriamo che sia alta anche la partecipazione del corpo docente. Convergerà nelle piazze il lavoro povero, sottopagato, sfruttato, esternalizzato nelle infinite catene degli appalti, ma anche quello più tradizionalmente “garantito” che ora garantito non è più.

Non c’è altra scelta, bisogna unire le forze per rivendicare salari all’altezza della situazione, ripubblicizzazione dello stato sociale, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per liberare tempo ed energie dallo sfruttamento a ciclo continuo, accesso alla sanità, misure di sostegno e contrasto alla povertà, spesa sociale e non spese militari, pace e disarmo contro i venti di guerra, fine degli accordi con lo stato genocida di Israele.

“Bismillah, c’est le tenebres” scriveva goffamente un agente sotto copertura in Francia che tentava di infiltrarsi nelle chat dei manifestanti. Il movimento ha saputo prendersene gioco e ora questo slogan rimbalza nelle piazze di mezza Europa. Su una cosa aveva ragione, i tempi sono cupi, le tenebre incombono, occorre farsi forza e rimboccarsi le maniche per tornare a rivedere le stelle.

Sarà sciopero generale e sociale contro questo governo di cialtroni.