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Considerazioni intorno alla proposta di legge per l’internalizzazione dell’ASACOM

15 May 2026 |  Clap

Come Rete Intersindacale proponiamo una riflessione sul testo del disegno di legge per l’internalizzazione del servizio di educativa e assistenza scolastica, promosso dalla senatrice Bucalo. Il testo, negli ultimi due anni, ha subito numerose modifiche e si presenta, nella sua stesura finale, come l’ennesima boutade pensata per non cambiare nulla.

Il servizio scolastico di assistenza all’autonomia e alla comunicazione ha sempre vissuto di travagliate vicissitudini, imperdonabile confusione circa le mansioni e le denominazioni da Regione a Regione, disparità a livello territoriale, difficile riconoscimento delle professionalità. È però negli ultimi due anni che stiamo assistendo a una parabola ai limiti del grottesco, ora nella sua piena fase discendente con le votazioni parlamentari del c.d. “testo unificato”, pronto a scrivere i titoli di coda sulle giuste richieste di internalizzazione del servizio.

Grottesca, dicevamo, proprio perché è una legge sull’internalizzazione a precludere l’internalizzazione stessa del servizio, prevedendo condizioni tali per cui rimarrà nella maggior parte dei casi lettera morta, ma che l’attuale maggioranza potrà utilizzare per sbandierare di aver sostenuto gli interessi di lavoratrici e lavoratori, senza che sia davvero così.

Già il disegno di legge “Bucalo” (FdI), e i successivi ad esso assimilabili, nella versione 2024 portavano a molte incertezze soprattutto in merito al rischio di dequalificazione della figura e del servizio di integrazione scolastica e comunque da allora molte cose sono ulteriormente cambiate in peggio. Le precedenti proposte prevedevano l’internalizzazione degli e delle assistenti all’autonomia e alla comunicazione presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito inserendo nel sistema scolastico una figura cruciale per l’inclusione e il diritto allo studio di studenti con disabilità seppur con un gioco al ribasso

Per punti proveremo a chiarire le molteplici ombre che la nuova proposta di legge (peraltro già votata al Senato e in attesa di votazione alla Camera) presenta, dopo aver accorpato e stravolto i disegni di legge precedentemente presentati.

Dallo Stato agli Enti Locali, senza obbligo e senza coperture finanziarie

Art. 6bis:

[…] le regioni e gli enti locali possono procedere ad assumere tale personale con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e, a tal fine, possono indire un’apposita procedura concorsuale pubblica per titoli ed esami […]

Andiamo drittə al centro del problema senza girarci attorno: gli Enti Locali, e in particolare le Regioni e i Comuni, a quali viene demandata dal testo unico la possibilità di internalizzare educatrici ed educatori scolastici, non hanno né l’intenzione né le coperture economiche per farlo, tanto meno coperture aggiuntive sono previste dal disegno di legge. Molti Comuni sono in dissesto finanziario, altri talmente stretti dai vincoli di bilancio che non si sogneranno mai di procedere in questa direzione.

Parlavamo poi di “possibilità di internalizzazione”, perché in effetti nessun obbligo è previsto dal testo unico, come si evince dal passaggio della proposta di legge precedentemente citato. La ripubblicizzazione del servizio resta una mera facoltà, peraltro già percorribile allo stato attuale se qualche Comune virtuoso decidesse di farlo.

Un Paese spaccato tra Nord e Sud

Il sistema immaginato dalla proposta di legge, che si fonda sulla possibilità e non sull’obbligo e sulla disponibilità finanziaria dei singoli Comuni, non potrà far altro che acuire le già marcate differenze tra Nord e Sud Italia. Abbiamo parlato di dissesto finanziario, ma qual è la misura di questo dissesto, collocata geograficamente? Le regioni più interessate sono Sicilia, Calabria e Campania, con forte presenza anche nelle altre regioni del Sud (anche nei grandi centri) e nel Lazio. Più contenuta nelle altre regioni del Centro, più marginale ancora nelle regioni del Nord, con qualche eccezione di rilievo anche in grandi centri.

Attualmente, col servizio esternalizzato tramite appalto o accreditamento, è abbastanza comune imbattersi in situazioni di ritardo, anche grave, nei pagamenti di lavoratrici e lavoratori, in particolare al Sud. Le cooperative e le associazioni vengono pagate in estremo ritardo dalla committenza pubblica e non riescono a far fronte alle spese, finendo la propria capacità anticipatoria. Come sempre accade, a rimetterci sono lavoratrici e lavoratori che rimangono anche quattro, cinque, sei mesi senza stipendio, con prevedibili ricadute sulla qualità dei servizi. Se i Comuni hanno la possibilità di scaricare le responsabilità sugli enti erogatori, per quale motivo dovrebbero volontariamente accollarsi il rischio di internalizzare il servizio per poi non riuscire a far fronte ai suoi costi?

Canali di accesso alla professione, ovvero tutte le strade portano all’Asacom

La proposta di legge prevede molteplici canali di accesso alla professione, descritti alle lettere a,b,c, e d della stessa. Il primo requisito è possedere la qualifica di educatore o educatrice professionale socio-pedagogica (quindi aver conseguito una laurea). Si passa poi al diploma di scuola secondaria, si continua con 12 mesi di servizio anche non continuativo con le funzioni di assistente all’autonomia e alla comunicazione e si finisce con il conseguimento di un attestato di corso professionalizzante per assistente all’autonomia e alla comunicazione con almeno 830 ore di lezione nello specifico ambito della lingua dei segni.

Sembra evidente che una tale previsione per l’accesso alla professione non faccia che aumentare l’entropia e a conferire disomogeneità al servizio, non favorendo tra l’altro il consolidarsi di una professionalità chiara, univoca, valorizzabile e portatrice di istanze.

Da una molteplicità di denominazioni all’operatore socioeducativo

Art. 1 comma 1 lett. a

[…] L’assistente per l’autonomia e la comunicazione è un operatore socioeducativo che svolge funzioni di mediazione e assistenza alla comunicazione e di supporto all’acquisizione delle autonomie e alle relazioni rispetto ai contesti educativi, didattici e formativi, tenendo conto delle diverse condizioni di disabilità e facilitando anche l’esercizio del diritto all’educazione e alla formazione delle persone affette da malattie rare.[…]

Se dal punto di vista dei canali di accesso alla professione è l’entropia a far da padrona, si tenta invece di dare un’indicazione chiara sulla denominazione. Asacom, Oepac, educatore scolastico, assistente alla comunicazione, assistente scolastico…le denominazioni per indicare lo stesso ruolo sono state finora molteplici e diverse da regione a regione. Questa proposta di legge cerca di mettere un po’ di ordine e lo fa nel peggiore dei modi, riportando lavoratrici e lavoratori al ruolo di semplici operatrici e operatori. Un duro colpo per chi in questi anni si è formatə, spesso a proprie spese, e si è battutə per il riconoscimento della propria professionalità e per il ruolo di educatore o educatrice professionale.

Questa proposta di legge traccia in questo caso una direzione chiara, che è quella della dequalifica della figura professionale, con sicure ripercussioni anche sul piano dell’inquadramento professionale nel CCNL e il conseguente trattamento retributivo.

Il contratto collettivo delle Funzioni Locali e l’inquadramento professionale

Art. 1 comma 1 lett. a

[…] Il contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto Funzioni locali definisce, secondo quanto stabilito dall’accordo sancito in sede di Conferenza unificata di cui al comma 4-ter, le caratteristiche del profilo dell’assistente per l’autonomia e la comunicazione, comprensive delle specifiche e dei contenuti professionali, il trattamento economico e ogni istituto contrattuale. […]

La denominazione di operatore peserà anche per il nuovo inquadramento professionale nel CCNL Funzioni Locali, il contratto collettivo individuato sia per inquadrare chi verrà eventualmente internalizzato attraverso concorsi pubblici, con un accesso prioritario per chi già svolge o ha svolto questo lavoro sotto ente erogatore in appalto o accreditamento, sia per chi invece resta esternalizzato agli enti erogatori.

Gli inquadramenti dedicati agli operatori e alle operatrici sono infatti relegati all’area A (o al massimo all’area B, quella degli operatori esperti) del CCNL, con retribuzioni non altissime e in molti casi inferiori a quelle previste per il livello D2 del CCNL Cooperative sociali, che di fatto dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) inquadrare attualmente la stragrande maggioranza delle educatrici e degli educatori.

Considerazioni finali

La proposta di legge, così incardinata per la sua approvazione, tradisce le pur flebili aspettative circa la possibilità di vedere finalmente internalizzato un servizio cruciale per l’inclusione scolastica. Più in generale, e lo ripetiamo da tempo, servirebbe un cambio di paradigma importante nel terzo settore esternalizzato.

Non è internalizzando (male) un solo servizio che verranno risolti gli endemici problemi salariali, di part-time involontario, di ore non retribuite, di abuso della flessibilità, di stagionalità dei servizi, di sicurezza sui luoghi di lavoro ecc.. Tanto più che spesso operatori e operatrici sociali si trovano a lavorare su più servizi, scolastici e domiciliari o scolastici e residenziali o anche servizi di strada, diffusi sul territorio. Infatti il problema riguarda più in generale il riconoscimento del ruolo, l’organizzazione dei Servizi e l’elevata frammentazione contrattuale che continua e renderlo un lavoro povero nonostante l’elevata responsabilità professionale e sociale.

Per provare a non perdere un’occasione gigantesca servirebbe rimettere insieme forze e intelligenze collettive per ri-affermare un modello utile e realmente migliorativo di internalizzazione; costruire mobilitazioni dal basso che possano sostenerlo e portare una proposta alternativa all’attenzione di chi in parlamento vuole assumersi davvero il compito di migliorare la qualità di questi servizi.

Lo diciamo chiaramente, per il servizio di educativa scolastica l’unica internalizzazione possibile resta quella al MIM, con una considerazione delle educatrici ed educatori al pari degli insegnanti che ridurrebbe la filiera degli attori in campo, scongiurerebbe la molteplicità di problemi derivanti dal sistema dell’accreditamento e degli appalti, inciderebbe in maniera decisiva sulla qualità del servizio. Perché alla fine è questo quello che conta, stare sempre dalla parte degli attori “deboli” in questa storia, quegli stessi attori che pagano sempre il prezzo più alto di un sistema fallace: lavoratrici, lavoratori e utenti.