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Decreto Primo Maggio – Un commento della Rete Intersindacale

15 May 2026 |  Clap

Andrà in aula a breve per la conversione in legge il cosiddetto decreto Primo Maggio, che interviene sui livelli salariali e la determinazione dei CCNL applicabili, sui caporalato digitale, sul ritardo nei rinnovi dei contratti collettivi, su sgravi fiscali e contributivi per le imprese che assumono. Un commento della Rete Intersindacale.

Il decreto “Primo Maggio” che il Governo ha recentemente approvato è sostanzialmente un’operazione pensata come “foglia di fico” in vista degli effetti della crisi bellica sul potere d’acquisto. Una mossa ai limiti del goffo considerando il contenuto del decreto, privo di elementi realmente utili a impattare il gigantesco problema salariale italiano, aggravato per giunta dall’inflazione in crescita.

I primi articoli del decreto sono dedicati agli sgravi fiscali e contributivi per le imprese, rivolti in particolare a donne, giovani e Mezzogiorno. Gli sgravi sono condizionati alla trasformazione dei rapporti di lavoro a termine o all’assunzione ex novo a tempo indeterminato nell’anno corrente, potranno essere fruiti per un massimo di due anni e sono definiti nel decreto come “bonus” (bonus donne, bonus giovani, bonus ZES).

Niente di nuovo quindi, siamo di fronte a un provvedimento che si inserisce a pieno titolo nella tendenza degli ultimi anni: misure a spot, a termine, politica dei bonus, che poco incideranno sui problemi strutturali del mercato del lavoro italiano e di certo non porteranno nulla nelle tasche di lavoratrici e lavoratori, favorendo invece le imprese – qualunque impresa senza quindi alcuna politica industriale – che si adageranno sulla comoda poltrona della fiscalità generale che copre parte dei costi del lavoro. L’effetto principale lo conosciamo già: una temporanea impennata delle assunzioni “dopate” dagli sgravi senza un effetto duraturo sull’occupazione.

Vale la pena quindi spendere qualche parola in più sulle cose che contano davvero e in particolare salario, inflazione e perdita del potere d’acquisto. Facciamo parlare però, in prima battuta, l’ISTAT: negli scorsi giorni, in audizione per il Documento di finanza pubblica, l’Istituto ha sottolineato come dal 2021 i salari reali abbiano perso quasi l’8%, con picchi vicini al 10% nei servizi privati e intorno al 9% nella PA.

Questo vuol dire che gli aumenti salariali conseguenti ai rinnovi dei contratti collettivi nazionali non riescono nemmeno lontanamente a recuperare la corsa dell’inflazione, producendo un generale impoverimento di chi lavora.

E qui arriviamo alla seconda parte del decreto, quella che si occupa di contrattazione e di “salario giusto” nel rispetto dei dettami dell’art. 36 della Costituzione. Secondo quanto scritto nel decreto il “salario giusto” sarebbe quello determinato dalla contrattazione collettiva dei sindacati e delle associazioni datoriali comparativamente più rappresentative su base nazionale, lavorando in combinato disposto con quanto sta facendo il CNEL con il riordino dell’archivio dei contratti collettivi nazionali e la determinazione delle soglie di copertura dei suddetti contratti, utili per la loro applicazione e corrispondenti ad almeno il 5% dei dipendenti per un singolo codice ATECO o al 3% per i contratti multisettoriali.

Questa però è tutt’altro che la soluzione al problema dei livelli salariali e l’evidenza ce la fornisce lo stesso CNEL, quando ci dice che oltre il 97% degli occupati sono coperti da contrattazione collettiva dei sindacati comparativamente più rappresentativi, mentre i “contratti pirata” coprirebbero solo un residuale 2%, poco più di 350.000 lavoratori e lavoratrici. È proprio la contrattazione comparativamente più rappresentativa il nocciolo del problema quindi, che non riesce a recuperare l’inflazione, che sposta aumenti e conquiste dalla parte fissa alla parte variabile della retribuzione, che rinnova in ritardo. Pensiamo ad esempio al contratto collettivo nazionale dei servizi fiduciari, a quello delle pulizie-multiservizi a quello delle cooperative sociali, che per molte mansioni prevedono retribuzioni lorde orarie tra i 7 e gli 8 euro e che riguardano centinaia di migliaia di lavoratori e soprattutto lavoratrici, molte delle quali impiegate negli appalti delle pubbliche amministrazioni.

C’è anche da dire che nel lavoro povero, esternalizzato, polverizzato, senza tutele, non è solo l’elemento dei minimi tabellari il problema. Un intervento “che mette le mani in pasta” dovrebbe occuparsi del contrasto al part-time cosiddetto involontario, dei part-time verticali usati nei lavori che hanno pausa estiva (come ad esempio il servizio Asacom o più genericamente di educativa e assistenza scolastica) che lasciano lavoratrici e lavoratori senza stipendio per due/tre mesi l’anno, dell’abuso di elementi premiali nella retribuzione (come ad esempio la famigerata “trasferta italia”) a scapito degli elementi fissi, dell’assenza di contrattazione di secondo livello negli appalti pubblici e così via.

Un ultimo commento riguarda l’art.10 del decreto, che interviene sui ritardi nel rinnovo dei CCNL con quello che ci sembra essere poco più di un contentino. Si dispone infatti, in caso di mancato rinnovo nei primi 12 mesi dalla naturale scadenza, un’anticipazione forfettaria dei futuri aumenti pari al 30% della variazione dell’IPCA (l’indice dei prezzi al consumo, che tiene quindi conto dell’inflazione), superando quindi la prassi degli una tantum a rinnovo avvenuto.

In conclusione questo decreto appare molto, molto “scarico” e pensato per aggirare alcuni problemi e per non occuparsi di altri. Niente ad esempio in materia di salute e sicurezza, niente sul rafforzamento del lavoro degli ispettorati territoriali, niente che prenda davvero di petto la questione salariale. Sia chiaro, non ci aspettavamo niente di diverso. Siamo coscienti che l’unica strada possibile è continuare a batterci e rivendicare un salario minimo legale capace di stare al passo con l’inflazione, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, democrazia e agibilità sindacale nei luoghi di lavoro, tutela del diritto di sciopero. O la partita si gioca a questa altezza o nessun decreto potrà mai davvero invertire questa tendenza. Anzi fateci un favore, il Primo Maggio lasciatelo a noi.