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Riders | La posta in gioco al tavolo con il ministro

29 June 2018 |  Avvocato Alessandro Brunetti
01-05-2018. Bologna, centro. Parade dei riders con internazionale trash ribelle e riders union. Sanzionato un carrefour aperto per il 1 maggio in via sant'isaia. Foto Michele Lapini/Eikon

Dopo gli incontri del ministro Di Maio con i riders e le imprese della Gig Economy, sui media è trapelato il testo del “Decreto dignità” annunciato e poi congelato dal ministro. Nella sostanza, il decreto adeguerebbe la definizione di lavoro subordinato rendendola applicabile anche all’attività dei riders. Oltre ai ciclofattorini, che uscirebbero dalla sfera priva di tutele del lavoro autonomo, la misura investirebbe una fetta di falso lavoro autonomo (c.d. parasubordinato) ben più ampia.

Approvando il decreto, il governo si sarebbe adeguato a un orientamento prevalente in tutto il mondo (come dimostrano sentenze recenti in California, Inghilterra, Spagna ma diffuse anche in Italia) secondo cui la mera scelta del tempo di lavoro da parte del lavoratore non esclude affatto la sua subordinazione. È evidente, infatti, che sostituire il rapporto diretto con il datore di lavoro con un’app non rimuove la condizione di dipendenza socio-economica del lavoratore, in assenza di ogni controllo sull’organizzazione del lavoro e sull’utile derivato dalla prestazione.

L’efficacia potenziale del “Decreto dignità” emerge anche dalla cronaca di questi giorni. Ventiquatttr’ore dopo la presentazione del decreto (“una svolta storica contro la precarietà”), l’ad di Foodora Italia Gianluca Cocco ha minacciato di abbandonare il paese nel caso in cui il decreto fosse approvato. Il 18 giugno, Di Maio ha incontrato le imprese del settore Deliveroo, JustEat, Foodora, Domino’s Pizza e Glovo. Sono le stesse che hanno disertato il tavolo di contrattazione aperto dai rider a Bologna e che ha condotto alla firma di una “Carta” sotto la garanzia del sindaco Merola: improvvisamente, si sono dette disposte a sottoscrivere un accordo pur di schivare il decreto. Di Maio ha fatto dunque dietrofront, riposto il decreto e concesso tempo alle imprese di raggiungere un accordo con le parti sociali.

Evidentemente, annettere o sottrarre l’attività dei riders al contratto collettivo nazionale è la vera posta in gioco anche per le imprese: verrebbero così garantiti il rispetto del salario minimo, il risarcimento in caso di infortunio, il diritto a ferie, malattia e maternità, e la tutela contro i licenziamenti anti-sindacali, avallati invece da una recente sentenza di Torino sulla base della libera rescindibilità contrattuale.

Invece, nella migliore delle ipotesi, la trattativa riprodurrà le stesse problematiche sostanziali della pur meritoria Carta di Bologna, conquistata dai riders dopo un percorso di auto-organizzazione che li ha portati dall’invisibilità alla ribalta nazionale.

Innanzitutto, garantire tutele salariali e assicurative minime per i soli riders, senza affrontare il nodo del lavoro autonomo per finta, li lascerebbe in condizioni di ricattabilità. Ampliare poi tali garanzie sarebbe difficile in assenza di tutele per chi sciopera, come dimostra il caso torinese di Foodora. Anche la recente proposta di Legge della Regione Lazio, analoga alla Carta di Bologna, presenta le stesse criticità.

Resta infine il nodo della rappresentatività. CGIL, CISL e UIL, che saranno chiamate al tavolo delle trattative e che sino a oggi non hanno in alcun modo incrociato il percorso di lotta dei riders, a quale titolo interverranno? E che valore avrà un ipotetico contratto, se rimanendo entro il perimetro del lavoro autonomo sarà applicabile solo ai dipendenti delle piattaforme firmatarie?

La palla, dunque, è in mano ai sindacati convocati a un tavolo che non hanno promosso. Dovranno scegliere se difendere la sostanza del decreto legge ormai pubblico, magari adottandola come piattaforma negoziale; o assecondare gli interessi delle aziende che promuovono la trattativa, limitando corporativamente gli interventi a una singola categoria e supportando la finzione del regime di autonomia.

Diversamente, servirebbe generalizzare la vertenza al precariato di ogni latitudine e adeguare le definizioni di lavoro subordinato, autonomo personale o di tipo imprenditoriale, all’attuale contesto sociale e tecnologico. Si tratterebbe di rafforzare le prime due figure con un’effettiva tutela dal recesso illegittimo, reintroducendo la causale temporanea per i contratti a tempo determinato e istituendo un reddito di cittadinanza che non può limitarsi a qualche centinaio di lavori socialmente utili.

Articolo tratto da il manifesto