Focus

Dietro i numeri, la «vita agra»

12 January 2018 |  Francesco Raparelli  Tiziano Trobia

Dati ISTAT: il lavoro sotto-pagato, «usa e getta» e senza tutele nell’Italietta della crisi.

O’ miracolo, o’ miracolo! Non c’è che dire, anche questa volta Renzi, Poletti, Del Conte, Nannicini e Gentiloni ce l’hanno fatta. I dati sull’occupazione pubblicati lo scorso martedì 9 gennaio dall’ISTAT lo confermano: l’Italia è fuori dal guado, lavorano tutti, ma proprio tutti. O quasi. «Si tratta del dato migliore degli ultimi quarant’anni» (nell’annus horribilis 1977 l’ISTAT ha cominciato a ricostruire le serie storiche trimestrali e la media annua): twittano entusiasti i membri dell’esecutivo-senza-sosta Gentiloni. «Il Jobs Act ha funzionato», insiste Renzi, cercando di intestarsi i 23,1 milioni di occupati fotografati a novembre scorso. Bene, bravi, (Gentiloni)bis. Così la parola d’ordine mediatica (e padronale).

Nell’epoca del “lavoro a tutti i costi”, in effetti, questi dati sembrano essere più che sufficienti per accendere l’entusiasmo e solleticare la libido popolare. Se lo sguardo si sposta sulle tipologie contrattuali, però, d’improvviso il cielo s’annuvola nuovamente.

Il 90% dei nuovi occupati, infatti, ha sottoscritto un contratto a termine: 9 lavoratori su 10, cioè, sono entrati nel mercato del lavoro attraverso un’occupazione temporanea. Non è dato sapere la durata media di questi lavori (o lavoretti), per il conteggio basta anche un’ora, ma una cosa è certa: il Jobs Act avrebbe dovuto rimettere al centro – questo secondo le retoriche di Renzi-Poletti – il contratto a tempo indeterminato; risultati ruvidi, invece, sono stati l’esplosione dei voucher e dei contratti a tempo determinato. La vera riforma del lavoro, a guardar bene, è stata il Decreto Poletti, approvato nella primavera del 2014. Prima del “fuoriclasse” di Legacoop, in arte Poletti, l’attivazione di un contratto di lavoro a tempo determinato richiedeva la giustificazione della natura temporanea del rapporto, ovvero la definizione congiunturale (e non strutturale) delle esigenze produttive. Poi è arrivato Poletti, e, in nome e per conto di Confindustria, ha eliminato dal contratto la famosa «causale». Come dire: l’impresa assume precariamente perché sono cazzi suoi, e basta. Se prima il contenzioso poteva mettere un freno agli abusi, con Poletti l’abuso è stato legalizzato.

Cosa ripete il mantra ordoliberale? Governare per il mercato. Non c’è che dire, il PD in questi anni è stato zelante. Difficile essere più espliciti, e orgogliosi, di Renzi. Qualche giorno fa, rispondendo alla provocazione di Berlusconi che annunciava l’abolizione del Jobs Act in caso di vittoria alle elezioni, il rottamatore ha risposto: «chiedesse agli imprenditori del Nord-Est cosa ne pensano dell’abolizione». E in effetti Berlusconi, che sondaggio dopo sondaggio cambia rotta, già ha fatto retromarcia. La natura del Jobs Act è dunque nitida: una riforma padronale, come tale rivendicata dai suoi ideatori; immaginata e scritta per spostare ricchezza dalle tasche di tutti alle tasche di pochi, sempre gli stessi. Non casualmente finanziata, tra l’altro, con 18 miliardi di sgravi contributivi a sostegno delle imprese.

Non si capisce dunque il motivo dello stupore, dell’eccitazione. Sì, l’occupazione riprende a crescere. Ma la domanda più giusta è: e perché non dovrebbe, visto che il lavoro costa meno e non ha tutele? Das Kapital ha (in parte) mollato il rapporto con il lavoro, almeno nel Nord del mondo, decentrando nell’Est Asia, per un verso, e ingrossando senza posa le bolle finanziarie (dalla Net Economy al mattone). Ora, dopo un decennio di crisi, dopo aver riscritto le regole del mercato, dopo aver scatenato la violenza del denaro e del debito (privato quanto pubblico), dopo aver svalutato ovunque il lavoro vivo, il Capitale ha ristabilito «la giusta proporzione tra lavoro necessario e pluslavoro» (dai Grundrisse: questa la nozione marxiana di crisi da utilizzare per afferrare il presente!). Il lavoro costa poco, pochissimo, a volte è addirittura gratis. Sì, ora le corporation possono ricominciare a sfruttare. Con la complicità di buona parte dei sindacati; segnati da una torsione neoliberale assai dura, radicale quanto quella che in questi anni ha trasformato lo Stato e il welfare. Favorite, poi, dalle politiche fiscali regressive (paga meno chi ha di più), già dispiegate negli USA di Trump e in arrivo anche in Italia.

Se lo sguardo analitico si sofferma sulle tipologie di lavoro, i numeri dell’ISTAT ci parlano in modo ancora più chiaro: l’aumento dell’occupazione, soprattutto a termine, è più incisivo nei servizi «a basso valore aggiunto» (ristorazione, turismo, ecc.), definiti anche labour intensive. Da notare, tra l’altro, che la variazione si inserisce all’interno di una dinamica decennale di spostamento occupazionale dall’industria ai servizi. Le definizioni, però, non devono confondere. Se osserviamo con attenzione, verifichiamo che non si tratta solo di lavori scarsamente qualificati (quelli che più sono aumentati a partire dal 2014). Molto spesso, e così è se prendiamo a riferimento (comparativo) i dati del 2010, crescono (per numero di ore lavorate) servizi che impiegano lavoro qualificato, relazionale, di cura (Istruzione, con +29,3%; Sanità e assistenza sociale, con +25,1%). Lavoro decisivo per la riproduzione sociale, vittima della riorganizzazione in senso neoliberale del welfare, tra outsourcing, appalti, privatizzazioni e cooperative. Il caso della Sanità, da questo punto di vista, è emblematico: esternalizzando il lavoro, le retribuzioni si abbassano vertiginosamente, così come le tutele.

I numeri, dunque, sono fin troppo chiari. Quando, con le lavoratrici e i lavoratori che incontriamo e nelle campagne di cui siamo parte, affermiamo che non ci sono motivi per essere grati, che c’è lavoro e lavoro, e che la battaglia fondamentale è ristabilire le condizioni minime per tornare a dire ‘No’, di questo stiamo parlando: imprese e cooperative che danno lavoro, oggi, lo fanno nelle condizioni ottimali per badare ai propri profitti, per farli lievitare a dismisura, potendo scaricare i lavoratori quando più conviene.

Occorre rovesciare i rapporti di forza. In primo luogo sul terreno sociale, del rapporto di lavoro, dello sfruttamento. Non ci sono scorciatoie, non c’è «grande politica» che tenga. Sarà un processo lungo, carico di difficoltà, ma è ciò che serve. Oggi più che mai. Occorre continuare a organizzarsi, a organizzare e a sostenere proprio le figure prevalenti del lavoro di servizio, sottopagate e senza garanzie; quelle vite dimenticate dalle grandi centrali sindacali; coloro che sembrano non organizzabili, per lo più costretti ad affrontare, in solitudine e privi di strumenti adeguati, quest’offensiva senza precedenti. Occorre anche rivendicare un welfare universale (Reddito di Base) e creare le condizioni (sociali) per tornare a far male ai padroni. E bisogna raccontare, parola per parola, numero dopo numero, la truffa delle statistiche. Altrimenti i partiti della «responsabilità» continueranno a chiedere sempre e solo agli imprenditori del Nord-Est (ammesso che qualcuno parli con i «piccoli», che dalla crisi non sono mai usciti) cosa ne pensano delle loro riforme: è il momento di presentare il conto.