News

Non Una Di Meno: la marea diventa tempesta

28 November 2017
25 novembre 2017 - Foto di Vittorio Giannitelli

«Siamo 150mila». A un anno dall’esplosione del movimento femminista “Non Una Di Meno”, Roma invasa da una nuova mobilitazione contro la violenza di genere. Tre generazioni di donne in piazza, con un Piano scritto dal basso per trasformare radicalmente la società, maschilista e patriarcale. E così in tutto il mondo. Il movimento femminista globale si conferma un’oasi nel deserto. Il 26 novembre poi, a Roma una straordinaria assemblea (vedi il video dell’assemblea).

A un anno dal corteo che aveva segnato l’esplosione del movimento femminista, “Non Una Di Meno” torna in piazza a Roma, con una mobilitazione nazionale che ha invaso le strade della capitale. Il 25 novembre, infatti, è la giornata globale per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne. Per questo, sono state convocate in tutto il mondo, e soprattutto in Europa e America Latina, centinaia di piazze partecipate da milioni di persone.

Vedi il video a cura della redazione di DINAMOpress

«Oggi, abbiamo dato vita a una grandissima manifestazione nazionale, che non era per niente scontata. Sono partiti pullman auto-organizzati da 25 città. Per il secondo anno consecutivo, Non Una Di Meno si conferma l’unico movimento sociale di massa che costruisce opposizione alle politiche del governo e si batte per una trasformazione radicale della società. Quest’anno, però, oltre a scendere in piazza, abbiamo un piano», afferma Ambra, attivista di “Non Una Di Meno”.

Al centro del corteo, il Piano femminista contro la violenza sulle donne presentato mercoledì scorso, con iniziative in contemporanea in diverse città italiane, dal Nord al Sud.

«La violenza non rappresenta una questione emergenziale, ma è un fenomeno strutturale che attraversa le nostre esistenze su molti piani. Per questo, differentemente dai piani antiviolenza governativi, il nostro ha un’ambizione grande: trasformare profondamente la società e le nostre vite. Non è stato scritto al chiuso di palazzi svuotati di senso, ma dal basso, da migliaia di mani diverse e con la partecipazione dei centri anti-violenza. Il piano è articolato intorno a diversi punti che crediamo sia necessario affrontare per combattere davvero e in maniera efficace la violenza di genere e contro le donne», racconta Marina, attivista di “Non Una Di Meno”.

Vedi l’intervista

Indipendenza economica, Ru 486 e decisione autonoma sui corpi, frontiere e razzismi, reddito, formazione, comunicazione e narrazioni sono alcun dei temi più importanti del piano femminista contro la violenza. Un approccio completamente diverso da quello scelto dal governo, una visione olistica del fenomeno all’interno della società, una strategia che punta alla prevenzione più che alla repressione.

«Il piano è una proposta politica complessiva e radicale» – racconta Serena, insegnante e membro del collettivo Cattive Maestre – «La violenza è un fenomeno sociale e culturale. Le politiche repressive fondate sull’individuazione di nemici ad hoc, di volta in volta diversi, si sono dimostrate strumentali e, soprattutto, inefficaci. Per questo, il movimento ha scritto un piano, con un approccio innovativo e alternativo a quello adottato dal governo». Luisa, anche lei insegnante del collettivo Cattive Maestre , dice che «il piano è una dichiarazione di guerra alle ‘Linee guida sull’educazione al rispetto’ emanate dal Miur in attuazione del comma 16 della Buona Scuola. La formazione è lo strumento più importante per prevenire la violenza. Per questo rivendichiamo una scuola laica, antifascista e antissesista».

Centrale, nel piano femminista, è la proposta di un reddito di autodeterminazione. «C’è bisogno di strumenti universali e innovativi di welfare, come un reddito di base slegato dalla prestazione lavorativa in primo luogo per le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita dalla violenza, ma anche per tutte e tutti al fine di garantire l’autonomia economica e il diritto ad autodeterminarsi», aggiunge Ambra.

Negli interventi dal camion, viene a più riprese sottolineata la prospettiva intersezionale del movimento, l’intreccio delle forme di oppressione che riguardano genere, classe e processi di razzializzazione.

Nel corteo odierno hanno sfilato insieme tre generazioni di donne, sostenute da tanti uomini. La mobilitazione, comunque, non finisce qui. Domani mattina alle 10, nella facoltà di psicologia dell’università La Sapienza, a San Lorenzo, si terrà un’assemblea nazionale che discuterà di come rendere il piano antiviolenza uno strumento strategico di lotta – organizzando e intrecciando campagne e mobilitazioni per strappare vittorie concrete sui diversi punti – e in quali date convocare nuove mobilitazioni generali. Dall’Argentina è già partita la proposta di un 8 marzo di sciopero e conflitto che, come lo scorso anno, esca da qualsiasi forma di ritualità per mettere al centro i bisogni e i desideri delle donne.

«Questo pomeriggio erano previste pioggia e tempesta, invece le nuvole si sono spostate e la tempesta siamo state noi. Continueremo a lottare fino a quando la nostra voce sarà ascoltata», dice con il sorriso una delle tantissime manifestanti.

Tratto da DINAMOpress