Focus

La promessa culturale

15 November 2017 |  Vincenzo Ostuni
Lavoro culturale

È tempo che le CLAP si occupino più da vicino del lavoro culturale: ambito fra i più inesplorati, frammentati e problematici del lavoro contemporaneo. In esso, contigui alle situazioni più note – quelle della scuola, della ricerca, dell’informazione – troviamo settori per nulla o poco sindacalizzati, rappresentati a volte da sindacati “nominali” e obsoleti, praticamente inattivi nella vertenza, nel contenzioso, nell’inchiesta, nella pressione legislativa; spesso invece animati da importanti e combattive associazioni informali o formali, che però non fanno del lavoro sindacale il loro principale obiettivo. È tempo che le CLAP si occupino di lavoro culturale perché è tempo, nuovamente, di concepire lotte comuni ai lavori culturali, la cui condizione di scacco perpetuo sottostà ai medesimi meccanismi: quelli del rapporto paradosso, del campo di battaglia inestricabile fra il carattere indotto di merce particolare e l’autentico carattere di bene universale che hanno il pensiero, le arti, la formazione, l’informazione.

Partiamo con tre articoli introduttivi, che chiamano a una prima analisi condivisa e a un primo raccordo pratico i settori dell’editoria libraria (qui sotto, a firma di Vincenzo Ostuni), del teatro, del turismo gestito dalle aziende municipalizzate. In futuro, proporremo incontri pubblici fra più settori e – questa l’ambizione – lanceremo programmi condivisi. Già da subito, come associazione sindacale, ci proponiamo di lottare assieme ai nostri iscritti, presenti e futuri, per il pieno riconoscimento dei loro diritti.

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Ogni sorta di doppio legame psicologico e ricatto socio-economico si ingenera, nell’industria culturale italiana e di tutti i paesi tardocapitalisti, dalla presunta bontà o elevatezza dei suoi fini. Ai mestieri che in essa si impiegano rimane pervicacemente attaccato come un brandello di aura o di aureola – fenomeno alla cui indeterminazione e labilità rimedia subito la rigorosa capacità di quantificare e valorizzare propria del Capitale, calcolandone il prezzo e il “prestigio” in termini di (minori) retribuzioni e protezioni.

Con questo in mente, possiamo vedere all’opera in tutto il suo potere quel «ricatto valoriale» nel campo dell’industria libraria. Il libro, scarso il bisogno di dirlo, è il paradigma più solido e universale dello specifico feticismo di merce che pervade la cultura modernamente industrializzata; ed è il bisturi più capillare per le sue estorsioni di valore: la bassa redditività facendosi dunque agevolmente pagare, in larga proporzione, ai lavoratori del settore. Fra questi, i meno tutelati sono probabilmente gli autori, i quali tuttavia raramente traggono da questo impiego il principale reddito, e gli addetti e collaboratori, traduttori inclusi, delle case editrici – nelle quali è particolarmente comune il lavoro gratuito e sottopagato, fertile la promessa economica, perniciose le irregolarità contrattuali, epidemica la morosità come stile produttivo. Fenomeni che abbracciano tutta l’editoria, dalle grandi concentrazioni alle case editrici “indipendenti”, ma che in quest’ultime vengono a volte amplificati da una caratteristica invece positiva e reale (di alcune), da una funzione che ancora realmente aspira ad essere pubblica: la loro più accurata detezione e selezione qualitativa. Insomma: nell’attuale assetto industriale e antropologico, chi produce meglio produce meno (non necessariamente è vero il complementare: non sempre chi produce meno produce meglio!); chi produce meno riproduce, in alcuni casi con più vigore, costretto a farlo dall’esiguità economica, le modalità di sfruttamento e di ricatto assiologico proprie di quest’industria; chi invece produce di più produce (spesso) peggio, ma ha strumenti economici più efficaci, ovvero ha accesso a un potere industriale più ramificato e profondo, che gli consentono di impiegare più lavoro regolare, esternalizzando per così dire le irregolarità e, al contempo, di estrarre più valore dal lavoro, sottraendosi interamente alla vocazione pubblica di cui si diceva.

Anche per ciò, una critica all’assetto lavoristico dell’industria editoriale, e dell’industria culturale in generale, è tanto necessario quanto insufficiente. Un sindacato di nuova generazione come le CLAP – che non è solo e non può né intende più essere solamente un sindacato, ma edificare attorno alla centralità del lavoro, produttivo e riproduttivo, il laboratorio di una società egualitaria – dovrà dunque, indagando e agendo nel settore, tenere unito l’aspetto della vertenza, dell’agitazione, del contenzioso con la più ampia capacità critico-politica e la proposta di modelli di riforma: riforma della composizione produttiva e dell’intervento pubblico, nel nostro paese scarso e disordinato.

Bisogna partire da un’inchiesta. Bisogna tentare di comprendere nel dettaglio le condizioni odierne del lavoro editoriale in Italia; che cosa ne è dopo il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18; dopo la pasticciata riscrittura delle forme di lavoro diverse dalla subordinazione; dopo il cosiddetto, positivo ma ancora inadeguato, “Statuto del lavoro autonomo”. Bisogna scandagliare la profondità e l’estensione del lavoro gratuito e sottopagato, della privazione di protezioni. Bisogna costruirne una mappa, impresa non facile, affidandosi se necessario a questionari anonimi, per scrivere e diffondere i quali occorre dotarsi di strumenti adeguati. Bisogna comprendere che cosa distingue, e soprattutto che cosa collega, le condizioni del lavoro in questo settore con quelli limitrofi della produzione tipografica, dell’editoria digitale, del marketing culturale, della produzione di eventi legati alla cultura, dell’informazione, della ricerca, dell’insegnamento, delle arti visive e dello spettacolo; e individuare orizzonti di rivendicazione e di critica politica comuni a tutti questi settori. Un’inchiesta complessa e attenta, da associare però e senza indugio all’intervento sindacale e giudiziario sulle irregolarità, le storture, i diffusissimi soprusi; a una reale formazione all’autodifesa. In questa direzione, le CLAP promuoveranno, già nei prossimi mesi, incontri pubblici sul lavoro editoriale e culturale in genere, ai fini di ricognizione, coordinamento e proposta; e raccolgono fin d’ora ogni segnale d’interesse, ogni suggerimento, ogni richiesta di partecipazione all’indirizzo info@clap-info.net.

Non c’è vera critica e vero intervento sul lavoro culturale che non siano già innovativo lavoro culturale e politico.

Ascolta il bel servizio dedicato di Pagina 3, Radio Rai Tre (22.11)